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Della sessualità delle persone con disabilità si parla poco, e quasi mai lasciando la parola a chi la vive. Su PRN è un tema che seguiamo da tempo: ne avevamo parlato con Marcos Cappato in una puntata del PRN Podcast, e più di recente abbiamo ospitato Il Mima, uno dei volti di Disability Hard, casa di produzione con performer con disabilità.

Riprendiamo il discorso con lo stesso Marcos Cappato, attivista e Alfiere della Repubblica, che ha da poco pubblicato il libro Non chiamatemi marziano, edito da Rizzoli. Il titolo nasce da una mail che suo padre scrisse a un dirigente scolastico. Lo abbiamo letto e ne abbiamo parlato con lui.

Le sue risposte toccano nodi che vanno oltre la storia personale. Riguardano il modo in cui la società guarda alla sessualità delle persone con disabilità, il ruolo della pornografia nella scoperta del sesso e le barriere digitali che escludono intere categorie di persone dai contenuti per adulti.

Il titolo del libro viene da una mail durissima di tuo padre a un dirigente scolastico. Come è nata questa frase, e cosa rappresenta per te il concetto di “normalità” oggi?

La mail nasce dalla frustrazione di vedermi tornare a casa sempre con un racconto in cui venivo trattato come un’entità non appartenente a questo mondo, quando invece sarebbe bastato considerarmi una persona. Per me la normalità è in realtà la diversità, non tanto perché io sono diverso ma perché al mondo nessuno è uguale a un altro. Anche se la società vuole costringerci su questa via, non esiste un modello standardizzato da considerarsi normale.

Non un eroe, una persona

Uno dei bersagli principali di Marcos è la retorica ispirazionale, quella che trasforma ogni gesto quotidiano di una persona disabile in un atto eroico. Non è un complimento, sostiene, ma il sintomo di un pregiudizio profondo.

Il meccanismo è tanto semplice quanto insidioso. Se una persona con disabilità viene celebrata come straordinaria per aver fatto qualcosa di ordinario, significa che le aspettative di partenza erano bassissime. “Il fatto che io o altri come me veniamo considerati speciali o coraggiosi dipende dal fatto che mediamente non si ha l’aspettativa di vederci uscire dallo stile di vita vegetale in cui dobbiamo solo essere cambiati, mangiare, dormire,” spiega.

Porta l’esempio dello sport. All’atleta comune viene riconosciuto il frutto dell’allenamento. “L’atleta disabile è superiore secondo il senso comune, perché per farsi notare deve superare il limite delle aspettative.” La celebrazione, in fondo, nasconde il pietismo.

Il doppio tabù della sessualità

Nel libro affronti la sessualità come diritto umano. Com’è stato rompere questo tabù, sapendo che come Alfiere della Repubblica avevi un’etichetta pubblica molto rigida?

Quando si parla di disabilità e sessualità c’è un doppio fattore da considerare: il fatto che la sessualità in sé è un problema per la società, e che quindi avvicinare questo tema a qualcosa di tanto sensibile come la disabilità è ancora più complicato. Nel mio percorso ho dovuto innanzitutto capire che per me era importante, in quanto parte della mia umanità, affrontare una tematica che avevo represso per anni proprio a causa della mia problematica e della mia identità pubblica.

Crescere da soli

L’infantilizzazione delle persone con disabilità non si limita a negare il desiderio. Secondo Marcos produce qualcosa di più profondo, un limite comunicativo che impedisce la costruzione di rapporti sociali maturi. “Il problema dell’infantilizzazione non colpisce solo dal punto di vista della privazione del desiderio, ma è alla base dei limiti comunicativi che impediscono la conoscenza e la creazione di un rapporto sociale maturo.“

L’ostacolo più grande, racconta, è stato dover crescere da solo su questo terreno. “La società non dà la formazione culturale necessaria perché i genitori di un ragazzo, disabile o meno, possano avere gli strumenti per spiegare la sessualità in modo corretto.” Il problema non è individuale ma strutturale.

Questa consapevolezza è arrivata in un momento preciso. “È stato proprio quando io stesso, che da quando sono in Italia mi sono sempre occupato di tematiche sociali per la disabilità, mi sono posto il problema di poter parlare liberamente della mia sessualità. Lì ho capito che, prima di poter affrontare queste tematiche, dovevo fare i conti con il fatto che fosse un tabù.“

Oltre il terrorismo comunicativo

Credi che un’educazione affettiva, corporea e sessuale laica, introdotta fin dall’infanzia, sia lo strumento giusto per contrastare il mito del disabile asessuato?

Non partirei dall’infanzia, o meglio individuerei l’età adatta per iniziare questo genere di percorsi. Ma di sicuro lo farei eliminando il terrorismo comunicativo che è in atto oggi nel mondo per quanto riguarda l’educazione sessuale.

Il porno come scoperta

Nel tuo percorso, quale ruolo ha avuto la pornografia? La vedi come uno strumento educativo legittimo quando la società fallisce nel fornire un’educazione sessuale inclusiva?

Il ruolo della pornografia per me è quello che è stato per tanti altri, cioè la possibilità di scoprire come vivere concretamente il sesso. Non dovrebbe essere uno strumento educativo legittimato, ma è comprensibile che lo sia, data la mancanza di un’educazione sessuale che spieghi materialmente come si fa sesso e la presenza di una versione molto stringata che, a mio parere, mira ad allontanare le persone dalla tematica, se non a scopo riproduttivo in età adulta.

Gli alleati inaspettati

Hai aperto un dialogo con molti professionisti dell’intrattenimento per adulti. Cosa ti ha colpito di più, e cosa credi che il pubblico generalista continui a ignorare di questo ecosistema?

Una delle caratteristiche che ho riscontrato più spesso è proprio una sensibilità e un’apertura mentale che comunemente si tende a negare, descrivendo queste persone come superficiali. Cito ad esempio il rapporto che sono riuscito a creare recentemente con Valentina Nappi, che a mio modo di vedere ha dimostrato grande umanità nella sua disponibilità ad affiancarmi nella battaglia sul tema della verifica dell’età sulle piattaforme, che impedisce alle persone con disabilità di accedere ai contenuti per l’impossibilità di eseguire le procedure. Per molte persone al di fuori, invece, non era un tema importante.

Le barriere invisibili dell’age verification

Il tema della verifica dell’età non è per Marcos una questione astratta. Lo sta vivendo in prima persona, dato che è tuttora nel percorso per diventare creator, e proprio qui si è scontrato con una barriera che vive sulla propria pelle.

Le procedure richiedono livelli di sforzo fisico, tempi rigidi e posture specifiche che escludono chi ha difficoltà motorie. “Non tanto per mancanza dei requisiti per utilizzare le piattaforme,” precisa, “ma per veri e propri meccanismi discriminatori che escludono il pensiero inclusivo, perché questi servizi sono ritenuti non necessari o desiderabili da persone come me, sia dal punto di vista creativo che come utente.“

La protezione dei minori come alibi

Proponi soluzioni come SPID o autenticazione a due fattori. Ma il problema più profondo è che una legge pensata per proteggere i minori finisce per violare la privacy e l’autonomia degli adulti con disabilità. Come dovrebbe cambiare questo paradigma?

Personalmente credo che il racconto secondo cui tutto ciò viene fatto per proteggere i minori sia più che altro una scusante che nasconde ulteriori interessi. Ovviamente chi non ha l’età adatta ad accedere a determinati tipi di contenuti deve essere tutelato, ma dal mio punto di vista ci sono altre modalità. E soprattutto la responsabilità non è da attribuire a chi distribuisce o crea il contenuto.

Una battaglia per l’ordinario

Il messaggio di Marcos Cappato ribalta le aspettative. Non chiede di essere visto come un eroe né come un caso eccezionale. Chiede il contrario, di essere considerato semplicemente una persona, con gli stessi desideri, diritti e possibilità di chiunque altro.

Non chiamatemi marziano è in fondo questo, una richiesta di ordinarietà rivolta a un mondo che continua a trattare la disabilità come qualcosa di alieno. Un tema su cui, come redazione, continueremo a dare spazio a chi lo vive in prima persona.