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Il mito lo conosci anche se non l’hai mai vissuto. Il ragazzo di Romagna, abbronzato e sicuro di sé, che a bordo pista o sotto l’ombrellone conquista la turista bionda arrivata dal Nord. La “tedesca” al mare, l’estate come stagione di caccia, il rimorchio come sport nazionale. È un’immagine che l’Italia si racconta da mezzo secolo, a metà strada tra la commedia balneare e il vanto da bar.

Ma da dove arriva, questa immagine? E soprattutto, quanto è vera?

La risposta al “da dove arriva” è più sorprendente del mito stesso, perché non nasce sotto il sole. Nasce da una città rasa al suolo e da un enorme campo di prigionia. La risposta al “quanto è vera” è più scomoda, perché il mito delle tedesche a Rimini è fatto quasi solo di racconti, e i racconti, si sa, tendono a gonfiarsi. Questo articolo prova a separare le due cose, la storia documentata e la leggenda, seguendo il filo di come un tratto di costa adriatica sia diventato il palcoscenico di una certa idea italiana di virilità.

Da campo di prigionia a Luna Park

Alla fine della guerra Rimini non esiste quasi più. Tra il 1943 e il 1944 la città subisce circa quattrocento attacchi tra bombardamenti aerei, cannoneggiamenti navali e colpi d’artiglieria, e ne esce con oltre l’ottanta per cento del tessuto urbano distrutto o gravemente lesionato, la percentuale più alta tra le città italiane della sua dimensione.

In quelle macerie, tra il 1945 e il 1947, gli inglesi organizzano l’Enklave Rimini, un sistema di campi per i soldati tedeschi che si erano arresi. Nella zona tra Rimini e Bellaria vengono ammassati circa centocinquantamila prigionieri, la più vasta area di internamento di soldati tedeschi in Italia. Per un paio d’anni la spiaggia più famosa d’Italia è di fatto una città tedesca, ma fatta di reticolati e brande e tenuta sotto sorveglianza militare.

Poi succede una cosa che nessuno avrebbe previsto. Molti di quei tedeschi, tornati a casa, si ricordano del mare intravisto da prigionieri, e quando l’Europa ricomincia a viaggiare scelgono proprio Rimini per le prime vacanze. Lo stesso luogo, le stesse persone, ma in un regime completamente rovesciato, dal filo spinato all’ombrellone. È in questo capovolgimento che il rapporto tra la Romagna e la Germania smette di essere una parentesi di guerra e diventa qualcosa di strutturale. Le tedesche, insomma, non arriveranno dal nulla negli anni Sessanta. Arriveranno su un ponte costruito, senza volerlo, dalla guerra.

Il Teutonengrill e la fabbrica del desiderio

Il boom arriva negli anni Cinquanta e Sessanta, e ha una ragione economica prima ancora che romantica. Tra i motivi c’era anche il conto della vacanza: il marco tedesco era forte, la lira debole, e per una famiglia operaia della Germania Ovest una vacanza sull’Adriatico costava poco e offriva molto. La Riviera si attrezza con una velocità impressionante, si riempie di pensioni a gestione familiare con la formula del tutto compreso e impara a modellare l’accoglienza sul cliente tedesco, dalla cucina agli orari. Molti di loro torneranno per decenni, chiedendo ogni anno lo stesso albergo e lo stesso ombrellone.

In Germania, intanto, l’Italia cambia faccia nell’immaginario. Lo ha mostrato bene lo storico Cord Pagenstecher studiando i cataloghi del tour operator Scharnow, uno dei più diffusi. Nel 1957 la copertina è ancora una scena tranquilla e vestita, una coppia seduta davanti a una casa, l’eredità del vecchio viaggio romantico tra rovine e paesaggi. Nel 1963 in copertina c’è una donna distesa a prendere il sole a seno nudo. In sei anni la pubblicità ha spostato l’Italia dal paesaggio ai corpi, dalla contemplazione al piacere. Non vende più la cultura, vende l’abbronzatura e la libertà del corpo.

È in questo clima che nasce, nella stampa tedesca, la parola Teutonengrill, la “griglia dei teutoni”. Indica le spiagge del Sud, quelle italiane in testa, dove d’estate folle di tedeschi si arrostiscono al sole una accanto all’altra. È un termine mezzo ironico e mezzo sprezzante, ma fotografa una realtà. L’Adriatico è diventato la meta di massa per eccellenza, e nel pacchetto, mai scritto ma sempre sottinteso, c’è anche una promessa di leggerezza sensuale che a casa non ci si poteva permettere.

Due culture sulla stessa spiaggia

Perché il mito attecchisca, però, servono due ingredienti che si incontrano proprio lì, sulla sabbia. Da una parte c’è l’Italia della vacanza di massa, dall’altra l’Europa del Nord che arriva con un rapporto col corpo completamente diverso.

Sul versante italiano, l’estate era il tempo in cui le regole si allentavano. Ad agosto le fabbriche del Nord chiudevano e milioni di famiglie si riversavano sulla costa, ma spesso in modo sfasato. Le mogli e i figli restavano al mare per settimane, mentre i mariti, legati al lavoro in città, li raggiungevano solo nel fine settimana. Da quella separazione nasce un intero folklore. I treni che il sabato portavano i mariti verso la Riviera si guadagnarono, nella memoria popolare, il soprannome goliardico di “treni dei cornuti“, e il vecchio proverbio “d’agosto, moglie mia non ti conosco” diventò la battuta con cui si alludeva alle libertà che il mare rendeva possibili. Quanto di reale ci fosse dietro quelle battute non lo sapremo mai, ma è proprio quello il punto, la spiaggia era percepita come una zona franca, un tempo sospeso in cui la morale di paese “un po’ meno.

Sul versante nordeuropeo, le turiste portavano qualcosa che in Italia sembrava fantascienza. In Germania e in Scandinavia la Freikörperkultur, la “cultura del corpo libero”, era un movimento nato a fine Ottocento che aveva reso normale la nudità comune, senza connotazioni per forza erotiche, nei campeggi e sulle spiagge del Baltico. Aggiungi l’emancipazione economica e la scolarizzazione, e ottieni ragazze che indossavano il bikini o facevano topless con una naturalezza che ai ragazzi romagnoli sembrava un segnale, quando spesso era solo abitudine.

Vale la pena aprire e chiudere in fretta una parentesi, perché è un’altra storia che corre parallela a questa. Mentre sulle spiagge dell’Adriatico si tollerava, per ragioni di incasso, la libertà delle straniere, il resto d’Italia trattava le proprie donne in tutt’altro modo. Nel 1965, gli stessi anni del boom balneare, in Sicilia Franca Viola veniva rapita e violentata, e rifiutava il “matrimonio riparatore”, quella norma per cui lo stupratore poteva estinguere il reato sposando la vittima. Quell’articolo del codice sarebbe stato abrogato solo nel 1981. È il paradosso di quegli anni. La stessa Italia che sotto l’ombrellone giocava alla libertà dei costumi, fuori dalla spiaggia era ancora durissima con le proprie ragazze. Il mito delle tedesche vive dentro questa contraddizione, anche se raramente se ne accorge.

Il gallo di Romagna

Ogni mito ha bisogno di un eroe, e questo ne ha uno preciso. Ma prima dell’eroe c’è un carattere, e quel carattere non nasce in Romagna. Nasce nella letteratura, con quello che lo scrittore Vitaliano Brancati aveva chiamato “gallismo” in romanzi come Don Giovanni in Sicilia e Il bell’Antonio. Il gallismo era l’ossessione tutta italiana per la conquista come misura del proprio valore, un teatro della virilità fatto più di chiacchiera che di fatti, nato in un Sud provinciale e più chiuso. Trapiantato sulla Riviera del miracolo economico, quello stesso atteggiamento cambia di segno. Da malinconico e frustrato diventa allegro, esibito, quasi un mestiere stagionale.

Il campione assoluto di questo mestiere è Maurizio Zanfanti, per tutti Zanza, soprannome che veniva da “zanzara”, per l’abitudine di pungere e sparire. Nato a Rimini nel 1955, comincia da giovanissimo come buttadentro, il promoter che porta la gente dentro il locale, al Blow Up, una delle discoteche simbolo della città. Costruisce il personaggio con cura quasi professionale, abbronzatura perenne, capelli biondi lunghi, camicia aperta sul petto, e impara lo svedese e l’inglese per parlare direttamente con le turiste del Nord. Funziona così bene che i giornali se ne innamorano. Il tabloid tedesco Bild lo incorona “il più grande seduttore dai tempi di Casanova“, e in Italia diventa il playboy per eccellenza dell’Adriatico.

Poi ci sono i numeri, e qui bisogna andarci piano. Zanza raccontava di aver avuto migliaia di donne, e la stampa rilanciava cifre da capogiro, seimila conquiste in una vita, centinaia a stagione, con punte diverse a seconda dell’articolo. Sono numeri autodichiarati, mai verificati da nessuno, e il fatto stesso che ballino tanto da una fonte all’altra dice tutto. Non sono un conteggio, sono un pezzo del personaggio, esattamente come le cifre iperboliche che ancora oggi accompagnano certi record sessuali sui social. Servono a costruire una figura, non a fotografare una realtà. E la cosa interessante non è quante donne abbia davvero avuto Zanza, ma quanto quel racconto piacesse a tutti, a lui, ai giornali, alla città che ci si riconosceva.

Perché dietro il seduttore invincibile, se guardi meglio, c’è anche un’altra figura. Il documentario Bagnini e bagnanti di Fabio Paleari e Luca Legnani ha intervistato i vecchi latin lover della costa e ne ha ricavato un ritratto meno luccicante. Il film li mostra anche come uomini spesso fragili, poco capaci di legami affettivi veri, per cui la conquista continua era più una difesa dal vuoto che una vittoria. Il gallo di Romagna, guardato da vicino e da vecchio, somiglia meno a un vincente e più a qualcuno rimasto intrappolato in una parte che doveva recitare ogni estate.

Le discoteche e il mito senza numeri

Il vero motore del mito, più della spiaggia, era la notte. Tra gli anni Settanta e Ottanta Rimini e la Riviera diventano una capitale europea del divertimento, con una fila di locali, dal Blow Up all’Altromondo, che ogni estate richiamavano frotte di stranieri. Ed è lì, nel buio pieno di musica e alcol, lontano dagli occhi degli adulti, che il contatto tra ragazzi del posto e turiste diventava quotidiano e possibile. Le discoteche erano l’infrastruttura vera del rimorchio, molto più delle sabbiature al sole.

Un dettaglio che il mito tende a dimenticare è che le tedesche erano solo una parte del quadro. Insieme a loro arrivavano svedesi, norvegesi, finlandesi, spesso con voli e pullman organizzati che scaricavano gruppi di ragazze del Nord direttamente dentro la vita notturna romagnola. “Tedesca”, nel linguaggio del mito, era diventata quasi una categoria generica per dire “straniera del Nord, bionda, libera”. La geografia contava meno dell’immaginario.

E qui arriviamo al punto più onesto di tutta la storia. Di tutto questo non esiste un solo numero affidabile. Nessuno ha mai contato quante relazioni tra italiani e turiste siano davvero avvenute, e non poteva essere altrimenti. Quello che abbiamo sono ricordi, vanti da bar, amori estivi finiti a ottobre, articoli di costume. Il mito delle tedesche a Rimini è, alla lettera, un mito senza dati, tenuto in piedi dal racconto e da personaggi simbolo come Zanza. Il che non significa che non sia successo niente. Significa che la Riviera è stata soprattutto un luogo dove era più facile che altrove sperimentare, e che intorno a quella facilità gli italiani hanno costruito una leggenda proporzionata più al desiderio che alla realtà.

Come muore un mito

I miti raramente muoiono in un giorno, ma questo ha una data che ci si avvicina. L’8 luglio 1989 il mare Adriatico si presenta coperto, da Trieste in giù, da una coltre densa e maleodorante di mucillagini, quella “neve di mare” come la chiamavano le cronache e gli studi, prodotta da uno squilibrio dell’ecosistema che rende l’acqua inutilizzabile. L’assessore regionale Giuseppe Chicchi si trova costretto a diramare un bollettino in cui ammette che la balneazione è “oggettivamente impraticabile“, una sincerità che salva la credibilità dell’amministrazione ma affossa la stagione. Quell’estate le presenze crollano di circa un terzo, e i turisti stranieri, i tedeschi per primi, cominciano a spostare le vacanze verso la Spagna, la Turchia, la Grecia, dove il mare è più pulito e spesso costa meno.

Curiosamente, il mito viene fissato nella cultura proprio mentre inizia a declinare. Già nel 1985 lo scrittore Pier Vittorio Tondelli aveva pubblicato Rimini, un romanzo di enorme successo che raccontava la Riviera non più come dolce ricordo ma come un gigantesco “divertimentificio“, cinico e industriale, specchio dell’Italia rampante degli anni Ottanta. Due anni dopo, nel 1987, il film Rimini Rimini di Sergio Corbucci ne dava la versione da commedia, tutta topless, tradimenti e doppi sensi. Nel giro di pochi anni la Riviera erotica passa dall’essere una realtà vissuta all’essere un genere, un immaginario codificato e quindi già un po’ finito.

Oggi di quel mito resta soprattutto la nostalgia. Rimini continua a essere il luogo dove molti italiani collocano la propria gioventù estiva, quella stagione di spensieratezza in cui il flirt e il gioco della seduzione facevano parte del paesaggio.

E la nostalgia non è solo dalla nostra parte. Nel 2022 la principale tv pubblica tedesca ha trasmesso Rückkehr nach Rimini, “Ritorno a Rimini”, il film di Sarah Winkenstette in cui tre amici ormai anziani tornano in Riviera, dove all’inizio degli anni Settanta avevano passato la vacanza della vita e uno di loro aveva conquistato la moglie da poco scomparsa. Lo hanno visto oltre due milioni di tedeschi, segno di quanto quella stagione pesi ancora nella memoria di un intero Paese. Ma è nostalgia, appunto, non un modello da rilanciare.

Il turismo tedesco in Romagna esiste ancora, ed è pure tornato a crescere: un collegamento diretto tra Monaco e Rimini, inizialmente solo nel weekend e oggi estivo e giornaliero. Solo che il richiamo non è più il rimorchio, ma la vacanza tranquilla.